Evento
10/02/2022

Guerra in Europa, migrazioni e soft power

La guerra in Ucraina continua, e con essa sono stati registrati circa 7,5 milioni di ingressi nell'Unione Europea dall'Ucraina e dalla Moldavia ...

Ukrainian refugees

La guerra in Ucraina continua, e con essa sono stati registrati circa 7,5 milioni di ingressi nell'Unione Europea dall'Ucraina e dalla Moldavia, di cui quasi 6,5 milioni di cittadini ucraini, secondo la dichiarazione dell' Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (FRONTEX) dell'11 luglio 2022. Nel caso degli ucraini, non stiamo parlando di migranti economici, che rappresentano il 70% dei 281 milioni costituenti lo stock di migranti su scala globale, ma di richiedenti asilo, cioè di persone che sono state costrette a fuggire a causa di un conflitto armato e che hanno attraversato un confine statale internazionalmente riconosciuto. Nel 2020, la popolazione globale di rifugiati, la cui richiesta di asilo è stata accolta, ha raggiunto i 26,6 milioni di persone. Il conflitto in Ucraina sta drammaticamente contribuendo alla crescita di questo valore.

 

La guerra e i conseguenti flussi di richiedenti asilo influenzeranno i negoziati sul Nuovo patto dell'UE sulla migrazione e l'asilo, proposto dalla Commissione europea agli Stati membri nel settembre 2020: è tempo per pensare alle migrazioni anche secondo considerazioni geopolitiche.

 

Prima dell'attuale crisi, quello della migrazione era già diventato un problema molto delicato in politica nazionale e internazionale. L'ondata di più di un milione di siriani, che nel 2015 fuggivano dal proprio Paese e arrivavano in Europa attraverso i Balcani, oltre ai migranti che raggiungevano le coste europee meridionali dall'Africa, ha gettato nel caos la politica europea da quel momento in poi. In Germania, la CDU, partito di Angela Merkel che prese la coraggiosa decisione di accoglierli, ne avrebbe in seguito pagato negativamente a livello elettorale. Movimenti e partiti di estrema destra hanno assunto peso non solo in Germania, ma anche in molti altri Paesi europei. Non possiamo poi sottovalutare l'importanza del tema dell'immigrazione nelle discussioni sulla Brexit nel 2016 e nelle due ultime elezioni presidenziali statunitensi, o l'importanza crescente della migrazione nel dibattito politico europeo a livello sia nazionale sia sia comunitario.

 

Nell'agenda migratoria, una prima conseguenza visibile è che il Parlamento europeo e le altre istituzioni hanno già deciso che i richiedenti asilo ucraini avranno un visto di ingresso automatico valido per tre anni. Un altro effetto è che le discussioni incessanti sulla quota di migranti (in questo caso richiedenti asilo) di cui ogni Paese deve farsi carico, questa volta stanno portando a decisioni più rapide; inoltre, i criteri precedenti basati su popolazione, PIL, eccetera, che venivano contestati in particolare dal gruppo di Visegrád – Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia – ora sembrano essere accettati, almeno in linea di principio. Detto diversamente, le quote per la ridistribuzione dei migranti (richiedenti asilo) non sono più inaccetabili a prescindere per quei Paesi: anzi il contrario. Una chiara conseguenza politica è dunque che le discussioni sulla riforma del sistema di Dublino (per cui le richieste di asilo devono essere gestite dal Paese di primo ingresso) saranno presumibilmente più produttive nel 2022-23, e i Paesi dell'Europa orientale, che sono stati molto polemici in ​​merito a qualsiasi discussione sulla gestione delle migrazioni, sembrano ora essere più disposti a un approccio comune europeo. Tuttavia, anche se potremmo assistere a una riforma delle procedure di asilo nel 2023, il problema persiste con i migranti economici.

 

Il soft power dell'UE

Non è affatto scontato che ogni Paese dell'UE deciderà di approvare un sistema per la gestione dei migranti economici, i quali, rappresentando il 70% della mobilità umana totale, costituiscono "l'elefante nella stanza". Molti leader europei affermano che "i rifugiati sono miei fratelli e sorelle, ma i migranti economici devono restare a casa". Le discussioni su quanto siano necessari i migranti in alcune economie in via d'invecchiamento sono state finora contestate dai partiti anti-immigrazione. Qui vorremmo solo ricordare il concetto di soft power, ovvero il potere di attrazione, rispetto ai principi economici, culturali e democratici, di cui l'Europa ancora dispone. Alla fine, ciò che viene percepito come una minaccia dalle potenze esterne più della potenza militare europea, sono le sue istituzioni, lo stato di diritto, la sua cultura e del suo stile di vita. Anche eventi come l'Eurovision Song Contest 2022, vinto dall'Ucraina, sembrano giocare un ruolo in queste nuove relazioni internazionali. L'Europa è ancora una delle destinazioni più desiderate per i migranti dall'Africa e da altre parti del mondo. L'Ucraina vuole essere in Europa.

 

Invece in Africa, come cercheremo di descrivere in futuri articoli e pubblicazioni su OBS-CFM, l'approccio europeo alla migrazione sta offuscando il soft power dell'UE. Il fatto è che i Paesi del Sahel sono incoraggiati ad approvare leggi nazionali che rendono illegale l'emigrazione e ad accettare i loro cittadini quando vengono espulsi dai paesi di destinazione in cambio di promesse di aiuti economici ed emissione di più visti (attraverso la conclusione di Comprehensive Partnerships Agreements). In realtà, l'emissione dei visti è ritardata da lungaggini burocratiche. Inoltre, la fornitura di apparecchiature di sorveglianza alle forze di sicurezza per il controllo delle frontiere (spesso utilizzate per reprimere i partiti di opposizione) provoca risentimento. "Perché dovremmo aiutare gli europei?" è il sentire comune in alcuni paesi del Sahel. Tutto questo, combinato con il cambiamento climatico, la siccità e la crisi economica, potrebbe spingere centinaia se non migliaia di giovani a rivolgersi ai movimenti islamisti. Il risultato è un'ulteriore instabilità nel Sahel e colpi di stato militari. Perché non considerare piuttosto che garantire canali legali e temporanei di migrazione verso l'Europa aiuterà economicamente questi paesi, dato che le rimesse finanziarie dei migranti rappresentano spesso percentuali a due cifre del loro PIL?

 

E perché non considerare che la migrazione circolare può essere un ingrediente per proficue relazioni politiche, economiche e culturali tra l'Europa e l'Africa? In questo continente, così vicino all'Europa storicamente ma sempre meno economicamente, così come nel resto del mondo, l'UE è ancora il maggiore fornitore di aiuti allo sviluppo, stanziati in base a negoziati bilaterali tra la Commissione europea e gli Stati beneficiari nell'ambito di trattati multilaterali come la Convenzione di Cotonou, recentemente rinnovata. Tuttavia, un attore come la Cina dispone di riserve finanziarie così ampie da consentire al Paese un maggiore grado di flessibilità e agilità, e quindi da esserne un partner commerciale sempre più, se non il più, importante. Ovviamente e giustamente, i Paesi africani possono trarre vantaggio da questo tipo di competizione di soft power. Altri attori sono invece molto determinati nel fornire assistenza militare. È giunto il momento per l'Europa di ripensare il proprio ruolo, al di là dell'approccio securitario-militare e all'esternalizzazione delle politiche migratorie a cui stanno pensando alcuni Stati membri ed ex  membri, come la creazione di hot spot in Ruanda dove i migranti dall'Europa potrebbero essere “riallocati” in attesa dell'esame della loro richiesta di asilo da parte dei paesi europei. Questo ripensamento dovrebbe concentrarsi sull'ancora sostanziale soft power europeo. Alla fine, consentire una migrazione più o meno temporanea e gestita - e infatti all'interno delle Direzioni della Commissione Europea ci sono pensatori così lungimiranti - potrebbe essere un aspetto di ciò. Ma le sensibilità politiche degli Stati membri su come affrontare il tema delle migrazioni può rappresentare un ostacolo insormontabile.

 

Immagine di copertina: Wikimedia Commons

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